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I valori che contano (avrei preferito non scoprirli) di Diego De Silva

I valori che contano (avrei preferito non scoprirli) di Diego De Silva

Elisabetta Malù

Il ritorno di Vincenzo Malinconico alla sua quinta (dis)avventura con “I valori che contano (avrei preferito non scoprirli)” edito da Einaudi è di quelli che non deludono.

Ritroviamo la sua acuta ironia, la sua irriverenza e il suo sarcasmo fin dalle prime pagine, quando l’avvocato “di gemito più che di grido”, come si definisce egli stesso, vede letteralmente irrompere nella sua casa e soprattutto nella sua vita la giovane Venere. “Una Pippi Calzelunghe lievemente attempata, col taglio nazi al posto delle trecce”, ventenne in fuga dalla retata compiuta nel bordello scoperto dalla Polizia al quarto piano dello stabile, in cui Malinconico vive, e in rotta perenne con il padre, niente meno che il sindaco della città Mario Dasporto.

Imprevisto non da poco, dal momento che farà da gancio a una insperata ascesa professionale di Malinconico (almeno si spera), impiegato da circa un anno presso lo studio Lacalamita, dove è stato accolto più per simpatia che per stima professionale dal collega e amico Benny, al secolo Beniamino, che ancora non si decide a riconoscerlo quale socio dello studio ereditato malvolentieri dal padre.

Da questo incontro fortuito deriverà anche una prima timida svolta nella relazione con Veronica, che in preda alla gelosia non esita a buttarlo fuori dall’auto lasciandolo per strada. Già cliente di Malinconico in una causa di divorzio, la sua attuale compagna soffre, per dirla con Vincenzo, di “sindrome da spazzolino” e si era ostinata, finora, a mantenere con lui “una relazione disimpegnata”.

Ciò che determinerà il vero cambiamento, tanto nella relazione fra i due, quanto nell’esistenza del legale è la causale scoperta di una malattia che scompiglierà le carte. Per Malinconico arriva il difficile momento di affrontare l’incertezza, la paura per sé e il timore di perdere gli affetti più cari: i figli Alagia e Alfredo, l’ex moglie Nives di cui è rimasto amico, Veronica, di cui scopre finalmente i veri sentimenti, “quando l’amore si semplifica e, quando diventa debolezza e timore, di più: paura di non rivedersi, smarrimento, raggiunge quello stato di purezza in cui non c’è più nulla che lo nutre. (…) in quei momenti è il bene dell’altro che vuoi e senti in pericolo. Quello, e quello solo”.

Appunto quei valori che contano, per apprezzare i quali ad ogni modo, come suggerisce De Silva, non occorre arrivare al momento limite.

È il momento della paura e dell’incertezza, si diceva, ma De Silva/Malinconico lo attraversa senza mai cadere nella trappola della retorica scontata e senza mai assumere toni melensi e sdolcinati. Lo spirito e l’essenza di Vincenzo, infatti, restano intatti, così come la leggerezza che è nota caratteristica delle pagine in cui l’autore partenopeo dà vita a Malinconico. Una leggerezza figlia di una grande intelligenza che non manca mai di profondità, essendo la forma “caratteriale” del modo di pensare e di vivere del nostro atipico avvocato.

È grazie a questa leggerezza sapiente, ad esempio, che il protagonista del romanzo ironizza stravolgendo di continuo il nome della segretaria dello studio Lacalamita (Addolorata che diventa però di volta in volta Affranta, Inginocchiata, Costernata, Desolata, Angustiata, Amareggiata, Straziata, e addirittura Colpita e Affondata), quasi a marcare un rifiuto inconscio del dolore della vita.

Oppure ancora, che coglie in modo preciso la positività di Brucio, infermiere dai toni schietti di cui dice che “è un sollevatore di morale. (…)  Brucio fa proprio ridere. Ti sfotte e si fa sfottere. Ti tratta come se non fossi malato (è quello il trucco)”.

Allo stesso modo, Malinconico riconosce che il medico a cui Benny ha strappato un appuntamento nel giro di poche ore, che pure gli parla senza filtri né mezzi termini, gli ispira fiducia: “È bravo, questo qua. Mi piace il suo senso del limite”.

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La stessa dote che da un lato gli permette di esprimere la convinzione di non essere un principe del Foro (ma che sia bravo non c’è dubbio e lo sa bene anche Veronica che lo accusa di sottovalutarsi) e dall’altro, dopo aver spiegato di non voler essere un peso per i suoi ragazzi che anzi ha sempre voluto proteggere dalle cose dei “grandi”, lo induce a dire: “L’abitudine di ammorbare i figli con le miserie coniugali dei genitori (quasi che reclutarli nella Guerra dei Roses sia una specie di canone formativo), l’ho sempre trovata una violazione della privacy (dei figli). Non capisco in nome di quale principio educativo un ragazzo che cresce, e ha ben altro a cui dedicarsi, debba essere messo al corrente dei problemi di coppia di mamma e papà. Sapere se o quanto si amano, se si portano dietro dei rancori, se sono fedeli o si tradiscono”.

Chi parla in questo modo (ed è solo una delle tante possibili citazioni da annotare e conservare da questo bel libro) non può certo dirsi superficiale e, di fatti, Vincenzo non lo è per niente. Eppure, diverte tantissimo, con le sue parole a tratti esilaranti, mai come in questo momento gradite e preziose per concedersi qualche ora di puro piacere senza spegnere il cervello.

È l’insieme di tutte queste cose a rendere caro il personaggio e indurre me a voler consigliare assolutamente la lettura del nuovo romanzo di De Silva.

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