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Come la sabbia di Alice Rivaz

Come la sabbia di Alice Rivaz

Elisabetta Malù

André Chateney è preciso, metodico/ordinato, sempre teso verso un ideale di bellezza e perfezione che si sostanzia nell’eleganza della sua casa, che ha curato in modo quasi maniacale fin nel minimo dettaglio come fosse “una professione di fede estetica”, e nel suo amore per la musica e l’arte.

Anche Nelly Demierre mira alla perfezione e non le sfuggono mai i difetti di chi le sta intorno, anzi soffre “di essere circondata da persone imperfette, di scoprire i difetti degli altri”.

Hélène Blum è una donna raffinata e colta, ha fama di intellettuale, è “insigne conferenziere, perfetta redattrice, dottore in scienze politiche e autrice di una tesi notevole e molto notata sulla rivoluzione industriale nel XX secolo”.

Claire-Lise, invece, è giovane e inesperta e agli eventi a cui viene “invitata solo perché nell’organizzazione internazionale dove lavorava da qualche mese certi alti funzionari ostentavano egualitarismo e atteggiamenti democratici” si sente fuori posto, consapevole di essere “del tutto priva di risorse e di immaginazione” nel vestire e incapace di truccarsi e, anche se ha l’impressione di essere nata davanti alla macchina da scrivere come in un nuovo “inizio assoluto”, ammette: “nel nostro lavoro ci si sente numeri intercambiabili, della specie delle macchine per stenografare”.

Sono questi i comprimari del romanzo di Alice Rivaz “Come la sabbia”, dato alle stampe per la prima volta nel 1946 e riedito da paginauno nella bella traduzione di Grazia Regoli, anche curatrice del libro corredato da una postfazione di Valérie Cossì, docente universitaria a Losanna e autrice della biografia di Rivaz.

Di Cossì l’osservazione che è lo scorrere del tempo l’elemento che accomuna i personaggi di questo romanzo caratterizzato da una molteplicità di punti di vista e flussi di coscienza che si svolge complessivamente tra inizio gennaio e inizio marzo del 1928, ma si concentra nelle prime tre parti delle quattro in cui è suddiviso in appena due sere tra un sabato e un giovedì e, due settimane più tardi, quella di un venerdì.

Ancora sua la sottolineatura del fatto che la sabbia citata nel titolo ha ancora a che fare con il trascorrere del tempo idealmente misurato da una clessidra, ma anche con le parole, capaci di intrufolarsi nell’animo, per dirla con Hèléne: “come la sabbia che scivola, scorre e s’insinua a volte negli ingranaggi del pensiero e del cuore, come un’artrite, per fare male”. Ma, sempre per Hèléne, è “sabbia che scivola tra le dita” anche Chateney, che l’ha lasciata da sei anni dopo una breve relazione, senza degnarsi di fornirle alcuna spiegazione.

Quanto alle parole di Rivaz, il suo linguaggio non è mai scontato, anzi con una scrittura densa, complessa e articolata l’autrice dà vita a immagini e similitudini suggestive, come quando descrive il passaggio dal tramonto al crepuscolo di una domenica di confidenze fra amiche, oppure la mutevolezza dei colori dell’acqua del lago di Ginevra per effetto dei cambiamenti di luce.

Lo stesso accade con gli interni, gli abiti e soprattutto i pensieri dei personaggi, ciascuno insoddisfatto della propria condizione, non corrispondente a ciò che appare agli altri, ciascuno a modo suo un sognatore.

Chateney, che rimugina sull’aspirazione giovanile di diventare un direttore d’orchestra mentre viene totalmente conquistato dalla giovane Nelly che diventa la sua ossessione.

Nelly, che attende invano di ricevere le attenzioni di Jacques Chamorel, banchiere già sposato con il quale ha una relazione, e cova il desiderio di cantare perché solo quando canta si sente veramente viva.

Hèléne, che spera solo di riconquistare André e accanto al dolore di averlo perduto nasconde quello di essersi scoperta a sette anni una bambina ebrea quando pensava di essere semplicemente una ginevrina.

Claire-Lise, che trova consolazione solo quando riesce a riempire un quaderno di schizzi ma continua a nasconde il quaderno e che fin da ragazzina aspetta un bacio dal suo amato Marc Jeanrenaud, che a sua volta lavora in pubblicità ma brama di fare l’attore e (anche) per questo è sempre cupo, silenzioso, imbronciato e scontroso.

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È un’umanità non pienamente realizzata e concentrata essenzialmente su se stessa, malgrado l’ambiente in cui si svolge la storia sia quello del Bureau International du Travail (BIT) in cui la stessa Rivaz trovò la propria indipendenza economica e da cui escono relazioni su questioni come il salario minimo, la durata del lavoro nelle vetrerie automatizzate, la durata del lavoro e delle ferie dei lavoratori e testi sui mariani inglesi, i pescatori danesi, i vetrai belgi, gli scaricatori di Marsiglia, le donne impegnate nel commercio a Tokyo e Osaka. Un mondo in fermento di cui tuttavia questa umanità “si lava le mani”, per dirla con Claire-Lise, e un mondo in trasformazione anche dal punto di vista politico, giacché “un partito un po’ folle”, scrive Rivaz, “in Germania cominciava a far parlare di sé”, che tuttavia non scalfisce le esistenze dei personaggi.

Un fermento che sembra interessare anche le donne, ma che non ne sostiene appieno l’emancipazione, anche quando, come accadde alla stessa autrice, queste abbiano un lavoro che le porta fuori casa. Alice, che nata Golay assunse lo pseudonimo Rivaz per la reazione negativa dei suoi genitori di fronte alla carriera letteraria della figlia, affida alle voci di Hèléne e Claire-Lise gli interrogativi sulla condizione femminile, non senza mostrare le contraddizioni insite nell’animo stesso delle donne.

Hèléne, di cui già si sono sottolineate le qualità professionali, pensa infatti che “vent’anni della sua vita li avrebbe dati semplicemente per avere il diritto di occuparsi dei begli abiti di quell’uomo, per tenere il conto delle sue camicie, della sua biancheria e dei suoi calzini nei grandi armadi della famiglia”. Chissà però quanto sia casuale qualche riga più sotto il suo riferimento alla storia di Barbablù, quando paragona la propria stanchezza per l’attesa di una mossa di Chateney a quella della “sorella di vedetta sulla torre”.

Claire-Lise, dal canto suo, quando afferma che la cosa migliore per lei nel lavoro di ufficio sono “gli amichevoli rapporti fra dattilografe”, osserva pure che quel cameratismo “che passa per essere prerogativa degli uomini (…) per svilupparsi, richiede soltanto una certa promiscuità quotidiana fra persone costrette nello stesso luogo, con in mano gli stessi oggetti, curve sotto lo stesso giogo, che covano nel cuore la stessa ribellione” e definisce come un “dilemma ineluttabile” la scelta tra “marito o macchina da scrivere”.

Un libro coinvolgente, scritto in maniera mirabile, di cui consiglio decisamente la lettura.

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