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Ugo Mauthe si racconta: “Scrivo pensando a mondi che non esistono, quello in cui vivo ha troppe difficoltà”

Ugo Mauthe si racconta: “Scrivo pensando a mondi che non esistono, quello in cui vivo ha troppe difficoltà”

La nostra intervista all’autore di “Vento lupo” edito da Ensemble, dieci racconti tra fantasia e fantascienza e in cui non manca una nota poetica, perché «La poesia per me è la capacità di mostrare per un attimo l’invisibile»

Un bambino dorme profondamente e sogna «i soliti sogni» quando è improvvisamente svegliato dal vento; una donna riceve una busta bianca ma non si decide mai ad aprirla, anzi; un uomo “incontra” una cornacchia apparentemente minacciosa mentre è aggrappato a un balcone; un altro uomo si ritrova alla cassa del supermercato senza portafoglio ma con in tasca il telecomando del suo televisore.

Sono alcune delle situazioni di partenza, perfettamente plausibili e in cui, forse, più di un lettore potrà riconoscersi, da cui muovono i racconti di Ugo Mauthe che compongono la raccolta “Vento lupo e altre nove improbabili storie” (qui la scheda del libro) edita da Ensemble. Da questi punti di inizio, però, l’autore fa scaturire avvenimenti e circostanze che, alla fine, non hanno nulla, o hanno ben poco, di reale e concreto e appartengono piuttosto al mondo della fantasia e dell’irrazionale.

Questa la nota caratteristica della scrittura di Mauthe, il cui registro preferito è proprio quello dell’assurdo, dell’irreale, della fantascienza. È così per “Vento lupo”, che ha vinto il Premio Officina 2019 bandito dallo stesso editore che ha pubblicato il volume, ed è così per il romanzo di fantascienza “Qunellis” (Giovane Holden Edizioni, 2018) e per i racconti per bambini “Sem strapazza i bullazi” (EdiGiò, 2020) e “Sem fa cucù”, che nel 2017 ha ricevuto il premio Racconti nella rete.

Mauthe è inoltre autore di poesia e ha pubblicato le raccolte “Il silenzio non tace” (Ensemble, 2019) e “Minuziosa sopravvivenza” (Il Convivio, 2018).

Gli abbiamo parlato a distanza, il solo modo possibile di questi tempi, e ci siamo fatti raccontare qualcosa di più sulla sua scrittura e sul suo ultimo libro.

Lei scrive da quando era appena un ragazzino e scrive sia per passione, sia per lavoro. È un esperto pubblicitario, autore di versi e prosa. Potremmo dire che scrivere per lei è un amore molto precoce che poi è cresciuto ed è stato coltivato nel tempo. Ma c’è un punto in comune tra il suo mestiere e le storie che pubblica?

«Sì, direi di sì e credo che questo punto, con qualche eccezione, sia l’aspirazione alla sintesi, alla brevità, fare del “less is more” una regola stilistica. Che poi uno ce l’abbia scritto davanti alla scrivania e riesca ad applicarla sono due cose diverse, però la tensione è quella. In pubblicità “less is more” è, invece, l’obbligo perché hai pochi secondi o poche battute per dire qualcosa e, quindi, questa è diventata una deformazione professionale».

I 10 racconti di “Vento lupo” hanno registri molto diversi, dalla favola alla commedia alla fantascienza, però sono accomunati dal fatto che, come accennavo, sono declinazioni dell’assurdo e dell’irrealtà. Da dove nasce questa predilezione?

«Dal fatto che la realtà non mi piace. Anche qua c’è un piccolo scambio tra il mio mestiere e il mio scrivere per auto espressione. La pubblicità tendenzialmente cerca di far sognare, o almeno la buona pubblicità di una volta aveva questo come obiettivo. Si evitava di immergere il consumatore nella realtà, perché la realtà era il suo habitat normale, quotidiano. Per me, nel mio piccolo, quando scrivo, è la stessa cosa. Scrivo delle cose che mi piacerebbe leggere, e questo lo fanno in tanti, e scrivo pensando a mondi che non esistono, perché quello in cui vivo ed esisto ha troppi problemi, troppe difficoltà. Scrivere è una fuga».

Come immagina le sue storie, dove nascono? C’è qualcosa anche di autobiografico oppure no?

«Forse l’elemento autobiografico che si può trovare nelle mie storie, ma che si trova solo se mi si conosce bene e non andando a scorrere una breve nota biografica, può essere ogni tanto un momento di ironia, un momento di leggerezza, un tentativo spero riuscito, a volte almeno, di non prendersi troppo sul serio. Questo è un pezzetto di Ugo che finisce dentro quello che Ugo scrive, ma non c’è niente di realmente autobiografico tipo amori, avventure, luoghi, città. In questo senso non c’è niente».

Lei scrive anche per i più piccoli, penso ai racconti “Sem strapazza i bullazi” o anche “Sem fa cucù” e questi sono chiaramente favole, sono storie leggere. Però, in effetti una nota giocosa, una leggerezza di fondo c’è sempre nei suoi scritti, anche quelli per adulti…

«Io cerco di mettercela, poi dei dieci racconti che compongono “Vento lupo” alcuni sono molto leggeri, molto ironici, come per esempio “On-off”, altri come “Zio Simmi” o “Paglia nera”, hanno invece dentro una vena forse malinconica. Io vorrei che la leggerezza pervadesse tutto, ma non è possibile perché ci sono dei campi dove la leggerezza ha le armi spuntate».

Certo, dipende anche dall’argomento e, senza anticipare troppo a chi non ha ancora letto i suoi racconti, “Paglia nera”, in effetti, narra una storia di solitudine, in particolare quella di una donna che vive appunto da sola e si ritrova, neanche a dirlo, in una situazione irreale per via di una busta che le è stata recapitata. Ha una figlia che, però, è molto presa dal lavoro e spesso quando le capita un imprevisto parla di «emergenze», e che quindi verosimilmente non vede molto spesso sua madre. Ma farsi prendere troppo da una quotidianità che corre e che lascia poco spazio ai rapporti tra le persone non è forse anche questa una forma di solitudine?

«Sicuramente. Vorrei dire che è una cosa che non mi tocca, che non mi è capitato. Però, sono stato e sono ancora oggi un drogato del mio lavoro e quindi, alla fine, ho vissuto talmente tanto dentro queste corse e queste «emergenze» continue e costanti che non c’era un distinguo tra il mio privato e il mio professionale. Quello che sta capitando a tutti noi con il Covid e la pandemia, anche se non è la mia esperienza personale ma è quello che vedo accadere negli altri, noto che sta facendo riscoprire a molti il piacere della lentezza, il piacere delle piccole cose che prima si davano per scontate o addirittura si trascuravano. Quindi, la mia risposta alla sua domanda è che sì, certo, siamo vittime di questa frenesia, di questa inutile costante urgenza-emergenza e poi, quando c’è un’emergenza vera, questa ci fa vedere come le nostre emergenze fossero i giocattoli».

Citando un altro dei suoi racconti, “L’ultimo soldato” ha come protagonista Gerard Müller, che è l’ultimo reduce di guerra ancora in vita e che lei definisce come «uno che potesse raccontare come erano state veramente le cose. Non come erano andate. Questo era scritto. No, proprio com’erano». Scrive anche che, quando Gerard morì, «la paura che la sua storia suscitava si dissolse e con lei la pace». Penso sia un modo molto efficace per parlare della perdita della memoria collettiva, o almeno della paura che si possa rischiare di dimenticare il passato e insieme a quello anche le lezioni che potremmo trarne. Tornando alla pandemia che il mondo sta affrontando, non è un po’ così per certi versi anche adesso? In questi giorni contiamo quotidianamente un numero di morti nell’ordine di molte centinaia, però sembra che il dibattito del giorno sia concentrato sulle vacanze in montagna…

«Che tasto dolente tocca… Ho l’impressione che la pensiamo nello stesso modo… Sì, parlano di andare a sciare e ci sono 800 morti al giorno. Sembra una cosa che stride, sembra sinceramente una cosa, come minimo ma proprio come minimo, di cattivo gusto. Dopodiché, bisogna anche dire che questo succede anche di fronte a un lutto. Quando si cerca di elaborare un lutto, individuale o collettivo, a un certo punto si cerca di risollevare la testa, di metabolizzare questo lutto e per farlo ci si guarda intorno e si prova a vedere se da qualche parte esistono spiragli di normalità. Credo che, al di là della facile critica e del facile sarcasmo, si debba comunque rispettare anche chi pensa che sarebbe bello andare a sciare, perché non sta facendo altro che cercare normalità. Non sta mancando di rispetto agli 800 scomparsi, come non starebbe mancando di rispetto al suo papà, se questo signor X lo avesse perso, ma sta solo cercando normalità. Quello che invece mi fa venire l’orticaria è che bisognerebbe riuscire a trovare un punto di mediazione tra questa secondo me legittima ricerca di normalità e una, ritengo altrettanto legittima, super attenzione che si deve fare al mondo così come è adesso. Perché credo che non possiamo più permetterci alcune cose nella stessa misura in cui ce le potevamo permettere prima. Ci vuole senso della misura. Affacciarsi per cercare normalità, benissimo, è umanissimo e accettabilissimo; esagerare, “perché io sono io e tu sei un…”, questo no».

Anche per alleggerire un po’ il discorso… lei è anche un poeta e la poesia trova spazio anche nella sua prosa. Per esempio, in “Vento lupo” lo spazio poetico per eccellenza è quello del racconto “Butterfly”. Quanto spazio c’è nel nostro tempo ancora per la poesia?

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«Tutto quello che si vuole. Nel senso che la poesia o ti piace o non ti piace; o ti intriga o non ti intriga e se fai parte del club di coloro che vengono intrigati dalla poesia, la poesia è un altro modo per scappare, e un’altra corriera che ti fa fare quattro passi fra le nuvole, è un altro strumento per fuggire, insomma. La poesia si trova dappertutto, volendo, anche nelle cose più terrificanti e più tristi oppure, per mia natura, anche nelle cose allegre, simpatiche, leggere, ironiche, divertenti. La poesia non è solo il facile sentimentalismo o il verso che nasce dalla sofferenza. Lo è, per carità, ma non c’è solo quello. Nei giorni scorsi ricorreva il cinquantenario della morte e il centenario della nascita di Paul Celan, un grandissimo poeta tedesco morto suicida che ha scritto cose molto contorte. Quello è un modo, un uomo che attraversa la Shoah, che cosa ci si può aspettare da una sensibilità di quel genere? Però, la poesia è anche quella di Toti Scialoja o di Vivian Lamarque, che è leggera, divertente. Toti Scialoja scriveva addirittura delle cose per bambini ed è poesia anche quella di Rodari e non perché sia in metrica o in rima e fa la filastrocca, ma perché apre una finestra sul mondo tutto sommato da un’angolazione imprevista, seppure per un grado. Questa, secondo me, è la poesia: la capacità di mostrare per un attimo l’invisibile, un po’ come alcuni pittori dicevano che la pittura era la capacità di mostrare l’invisibile».

Lei ha accennato all’invisibile, ma passando al visibile per eccellenza, all’immagine, quanto incide nella sua scrittura la sua esperienza quarantennale nella pubblicità e nella scrittura dei film?

«Credo moltissimo. Poco fa parlavo del discorso della sintesi come travaso di uno strumento della scrittura pubblicitaria nella scrittura letteraria… Ecco, l’aver acquisito una minima capacità di parlare per immagini, di scrivere anzi per immagini, è sicuramente un’altra eredità del mio mestiere. Io faccio il pubblicitario da più di 40 anni, 42 e rotti per la precisione, e in tutto questo tempo ho scritto alcune centinaia di spot, alcune centinaia sono state realizzate, molti altre centinaia no, ma naturalmente, questo esercizio, che se non era quotidiano poco ci mancava, non poteva secondo me non influire sul mio modo di scrivere, per la necessità di essere tendenzialmente sintetici e per una certa facilità, che sembra presuntuoso ma non mi si fraintenda, una certa facilità a raccontare per immagini».

In “Vento lupo” direi che il racconto “Un incontro” è molto cinematografico, perché grazie alle descrizioni e alla sua capacità di narrare si vede effettivamente quello che succede. Ma c’è un racconto fra i dieci che lei preferisce?

«In questa raccolta forse il mio preferito potrebbe essere “Butterfly” e qui torno su una cosa che mi ha chiesto. Quando mi ha domandato se c’è qualche cosa di autobiografico nei miei scritti, forse le ho inconsapevolmente e involontariamente mentito perché in “Butterfly” c’è una piccola nozione autobiografica. La romanza che viene parodiata, portando al maschile il sostantivo da “Bimba dagli occhi pieni di malia” a “Bimbo dagli occhi pieni di malia” della romanza della Madama Butterfly, era la romanza per definizione e per eccellenza dei miei genitori: ogni volta che la sentivano si prendevano per mano. Questa cosa forse è stata scritta pensando al loro grandissimo e lunghissimo amore e in qualche modo la poesia che lei ha trovato in quel racconto forse nasce da lì. Ecco, lì c’è un po’ di vita di Ugo, ma in realtà non è la vita di Ugo, è la vita dei suoi genitori, un omaggio al loro amore».

É molto bello… Tornando ad oggi, cosa c’è nel cassetto di Ugo Mauthe che potremmo leggere nel prossimo futuro? Ha già in corso qualche nuova pubblicazione?

«In corso no, sarebbe millantato credito, sinceramente… Sto scrivendo delle cose e, come sempre, scrivo sui miei tre fronti, la narrativa per adulti, la narrativa per bambini e la poesia. Siccome questi tre mondi per me si intrecciano costantemente, ho sempre qualche cosa per le mani sia dell’uno, che dell’altro, che dell’altro per cui c’è una raccolta di poesie, che è quasi completa secondo me, c’è un secondo ideale volumetto di racconti di storie improbabili che sta arrivando al traguardo, un traguardo mio non per un editore, e poi c’è qualche cos’altro per i bambini che potrebbe essere un romanzo e vedremo cosa riuscirò a combinarne…».

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