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Pandemia e crisi del libro, Palombi (Adei/Nutrimenti): “Bene le librerie aperte, ma l’avanzata delle vendite online rischia di limitare la pluralità di voci”

Pandemia e crisi del libro, Palombi (Adei/Nutrimenti): “Bene le librerie aperte, ma l’avanzata delle vendite online rischia di limitare la pluralità di voci”

Roberta Mediatore
Andrea Palombi

Il direttore editoriale di Nutrimenti e vicepresidente dell’Adei fa il punto sullo stato dell’editoria libraria e anticipa le prossime iniziative della casa editrice che il prossimo anno festeggerà i 20 anni: il 12 novembre l’uscita di “America pop” di Snowden Wright e, a inizio 2021, la bellissima collana di saggi intitolata “La grande idea” per interrogarsi sui grandi temi del nostro tempo.

“Come Adei ci preoccupa qualsiasi fenomeno di concentrazione eccessiva che può determinare alterazioni della pluralità, della ricchezza di voci diverse che ci possono essere sia fra le librerie, sia fra gli editori”

Crisi dell’editoria libraria, lockdown, politiche culturali e prospettive future. Ne abbiamo parlato con Andrea Palombi, vicepresidente dell’Associazione degli editori indipendenti (Adei) e direttore editoriale della casa editrice Nutrimenti.

Quello attuale è un momento molto difficile per l’editoria libraria. Dopo le conseguenze già pesantissime del primo lockdown nel mese di marzo, ci sono nuove limitazioni che rischiano di infliggere un altro duro colpo al settore. L’ultimo DPCM permette di tenere aperte le librerie anche nelle “zone rosse”, ma quanto teme che comunque, magari per la paura di uscire a fare acquisti, si potrà registrare una scarsa affluenza di lettori?

«Sicuramente il problema esiste. Io però, in questo orizzonte generalmente scuro vorrei segnalare anche una luce che abbiamo registrato e che, secondo me, non va dimenticata. Il lockdown della primavera è stato un periodo pesantissimo, basti immaginare cosa possono provocare due mesi di chiusura delle librerie sull’interno mercato editoriale, due mesi di stop ai lanci delle novità degli editori. Ma dopo questo periodo piuttosto duro c’è stata una reazione molto positiva perché i mesi a partire da maggio e praticamente fino a settembre/ottobre hanno fatto segnare un recupero molto interessante. Molto sfaccettato, non in tutte le situazioni allo stesso modo, ma comunque un recupero del mercato, tant’è che, secondo i dati che circolavano fino a un mese fa, veniva dato un punto, un punto e mezzo sopra l’anno scorso per cui è una cosa molto importante. È ovvio che adesso la preoccupazione di tutti è per questo nuovo stop. Registriamo molto positivamente il fatto che le librerie siano rimaste aperte anche nelle “zone rosse” anche per una questione di principio, nel senso che i libri finalmente vengono compresi fra i beni essenziali non fra quello di cui si può fare a meno e i libri, specialmente in un paese con i livelli di lettura più bassi tra i paesi d’Europa come l’Italia, sono senz’altro da considerarsi in questo senso. Però è ovvio che il clima, le limitazioni alla circolazione, la riduzione di occasioni per uscire sono tutte cose che sicuramente non fanno bene a tante attività economiche e fra queste, naturalmente, anche al mercato del libro e alle librerie».

Lei ha tracciato un quadro completo, questi mesi hanno segnato anche il rinvio dei Festival di manifestazioni, di fiere e poi, come lei diceva, lo slittamento di presentazioni e di nuove uscite. Ma adesso siamo praticamente vicinissimi al periodo natalizio che è quello più importante per la vendita dei libri in Italia. Cosa prevede, pensa che la ripresa possa proseguire?

«Bisogna vedere in che condizioni arriveremo a Natale. Per adesso, c’è preoccupazione per quello che sta succedendo in questi giorni. Speriamo tutti e vivamente che ai primi di dicembre la curva dei contagi possa essere riportata quantomeno sotto controllo, cosa che permetterebbe un clima più disteso. Certo, se invece andiamo a un irrigidimento dei provvedimenti e a nuove restrizioni, sarebbe davvero un problema grosso perché, effettivamente, dalla metà di novembre alla fine di dicembre si fa gran parte del mercato editoriale dell’anno.

Segnalo anche un altro problema, che non è secondario. Ho citato il dato di una crescita, seppure limitata all’1%, che però va letta anche in un altro modo, perché all’interno di questo dato c’è un grande mutamento nel mercato editoriale. Ad esempio, un grande player internazionale come Amazon è passato dal 30% al 45% di vendite e questo, naturalmente, a scapito delle librerie fisiche. Grandi, piccole o piccolissime che siano e che siano indipendenti o di catena, fatto sta che questo crea uno squilibrio importante per tanti motivi che adesso sarebbe lungo elencare. Altre restrizioni, che naturalmente favorirebbero gli acquisti online, aggraverebbero ulteriormente questa situazione e questo, devo dire specialmente come Associazione degli editori indipendenti, un po’ ci preoccupa perché ci preoccupa qualsiasi fenomeno di concentrazione eccessiva che può determinare alterazioni della pluralità, della ricchezza di voci diverse che ci possono essere sia fra le librerie, sia fra gli editori».

È un quadro effettivamente più complesso di quello che stiamo trattando adesso e l’aspetto che lei ha sottolineato si lega anche, nello specifico in Italia, al fatto che la cultura in generale lamenta spesso un trattamento un po’ da Cenerentola, per cui bisogna spesso ribadire che, come si dice, di cultura si mangia. Che cosa può chiedere, secondo lei, nello specifico il settore del libro alla politica, anche al di là della situazione attuale?

«Intanto, la situazione attuale pone problemi molto significativi, ma l’Adei ha già posto in modo abbastanza chiaro al governo alcuni problemi. Per citarne uno, il fatto che da decenni in Italia si stanziano grandi finanziamenti per l’editoria periodica e neanche un euro per quella libraria e questo è un atteggiamento curioso. Vi dico soltanto che, proprio per i provvedimenti a seguire dal primo lockdown, sono state decise una serie di misure a favore dell’editoria, ma solo di quella periodica. Tanto per dire, un credito di imposta sulla carta per l’otto per cento, un credito di imposta sui servizi digitali e via dicendo, ma tutti provvedimenti che escludono chi pubblica libri e questa è davvero una cosa curiosa perché il problema della lettura in Italia, quello per cui chiediamo sempre un’azione incisiva anche del pubblico per la promozione della lettura, non è un problema degli editori o dei librai, è un problema del Paese. Noi abbiamo indici di lettura al 41%, mentre la Germania sfiora l’80% e quello è uno spread che conta. Tra l’altro, tutti gli analisti del mondo sono d’accordo sul fatto che gli indici di lettura vanno di pari passo con quelli dello sviluppo e della crescita economica: non c’è crescita o sviluppo possibile in un clima di declino culturale. Quindi, quello della lettura è un problema che si dovrebbe porre qualsiasi governo, non è un problema degli operatori del mercato e su questo si potrebbe e si dovrebbe fare molto».

Lei accennava ai dati sugli indici di lettura negli altri paesi e abbiamo visto, proprio di recente, che all’annuncio dell’imminente chiusura delle librerie francesi si sono formate delle file lunghissime per fare gli ultimi acquisti prima del confinamento. Da noi c’è, invece, un 60% della popolazione che dichiara di non aver letto neanche un libro in un anno. Rispetto alla lettura c’è, però, un fenomeno che sembra in crescita sui social, dove aumentano gli amanti dei libri, i gruppi di lettura, i profili dedicati. Lei come lo vede?

«Lo vedo in modo molto positivo, nel senso che i social sono una piazza supplementare in cui confrontarsi, parlare, dialogare, scambiarsi informazioni, anche se ovviamente con tutti i limiti che ha qualsiasi piazza o qualsiasi posto in cui possono circolare cose di qualità o meno, cose vere o cose false. Ma, conosciuti i limiti dei social, sono sicuramente un modo per rendere disponibili ogni giorno tante informazioni e favorire anche rapporti diretti con gli autori, le case editrici, le librerie. È una circolazione che non può che fare bene da un certo punto di vista, ma ovviamente bisogna sapere cosa andare a cercare, bisogna saper nuotare in questo mare di informazioni. Il problema dell’online è che oggettivamente grandi investimenti decidono anche le fortune di questo o quel protagonista e, da questo punto di vista, sappiamo che l’online è in mano a tre o quattro grandissimi player internazionale che decidono un po’ del “traffico” in generale».

E come legge, invece, l’aumento degli autori che scelgono di auto pubblicarsi?

«È un discorso difficile, a me verrebbe da dire che sono persone che non hanno compreso appieno il lavoro dell’editore, a parte il fatto che segnalo che moltissimi che si auto pubblicano, scoperto che non è quella la via per realizzare il proprio sogno, poi scrivono gli editori. Riceviamo tutti i giorni e-mail di persone che si sono auto pubblicate e poi scoprono che comunque non le legge nessuno. Si può anche auto pubblicare per farsi leggere dagli amici e dalle persone più care, però se parliamo di un libro come una proposta culturale da offrire a una platea di lettori vasta, secondo me non si può che passare da un editore perché un editore è un canale della selezione, ma anche della cura di questo prodotto. Io non credo e non ho mai creduto a queste figure mitologiche degli editor che prendono e riscrivono libri, però credo molto alla cura del testo, all’editing come processo molto utile anche agli autori per mettere a punto, per smussare e levigare, per rendere il proprio prodotto autoriale più forte, più sano, più proponibile appunto a un pubblico vasto. E poi c’è la fattura del prodotto fisico che per noi rimane sempre molto importante: la scelta della carta, dei caratteri, della copertina, sono tutte cose che in realtà devono avere una qualche coerenza interna con il testo. Il libro nasce all’interno di un processo di edizione all’interno della casa editrice.

Pubblicarsi il libro da soli può essere anche una soddisfazione personale, però temo che la stragrande maggioranza delle volte finisca lì. C’è anche il caso eccezionale di cui leggiamo ogni tanto sul giornale di chi si è auto pubblicato e ha venduto migliaia di copie, ma mi sembra che siamo nell’ambito diciamo del biglietto della lotteria…».

Ritornando per così dire in tema di crisi, ma stavolta con un grande messaggio di ottimismo e di determinazione, Nutrimenti che è la casa editrice di cui lei è direttore editoriale, ha una storia di partenza molto particolare, poco dopo l’11 settembre del 2001. Ce ne vuole parlare?

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«È una storia che l’anno prossimo vedrà una tappa importante, perché noi siamo nati nel 2001 e la cosa particolare è che avevamo la presentazione nostro primo libro il 21 settembre del 2001, vale a dire dieci giorni dopo l’attacco alle Torri Gemelle ed è inutile dire che in quei giorni c’era grande disorientamento e nessuno sapeva cosa poteva succedere, perché era avvenuto un fatto talmente grande, importante e sconvolgente. Allora chiedersi che senso avesse fare una casa editrice era abbastanza naturale. Poi ci siamo detti che, tanto più in momenti di crisi, i libri possono essere strumenti di orientamento che aiutano ciascuno a conoscere di più e a capire di più e, quindi, anche a fare le proprie scelte e allargare i propri orizzonti, per cui abbiamo deciso di andare avanti. Posso dire adesso che l’anno prossimo noi compiremo venti anni e in sostanza sono stati venti anni di crisi, perché c’è stata la guerra dell’Iraq, poi la crisi economica e adesso abbiamo la pandemia, ma ribadisco quella nostra scelta, perché sarebbe grave che si spegnessero delle voci, che ci fossero meno offerte culturali per tutti. Credo che sia importante, invece, continuare e farlo con una bussola che non può che essere quella della qualità, dell’avere come obiettivo quello di cercare voci nuove, libri e prodotti che in qualche modo tentano di fare sempre un passo più avanti e introdurre innovazione, sia a livello linguistico sia a livello strutturale.

Credo che sia importante continuare il nostro lavoro e da questo punto di vista qualche soddisfazione in questi anni ce l’abbiamo avuta. Cito solo, come esempio, l’aver portato in Italia diversi autori non solo americani per proporli ai lettori italiani, come Percival Everett, Don Robertson, gli olandesi Ilja Leonard Pfeijffer e Marieke Rijneveld che ha vinto l’International Booker Prize 2020. Abbiamo anche pubblicato Barack Obama, nel 2007 quando ancora in Italia nessuno sapeva esattamente chi fosse questo politico americano di colore, con l’autobiografia “I sogni di mio padre”. Ci sembra che, tutto sommato, appunto anche una casa editrice piccola come la nostra possa avere un ruolo importante in questo panorama».

Un po’ più a medio termine, prima dell’importante compleanno nel 2021, quali sono i progetti per il futuro di Nutrimenti? Ci può dare qualche anticipazione?

«I progetti sono tanti, come al solito. Intanto, il 12 novembre, esce un libro secondo noi molto bello e molto significativo che si intitola “America pop” e che racconta la saga familiare dei Forster, la famiglia che nel corso di due secoli ha fatto nascere e poi realizzato un impero economico dalla prima di bibita gassata che era sostanzialmente la Panola Cola. “America Pop” diventa un po’ una storia di un pezzo di America, ma, soprattutto, accompagna la nascita della cultura popolare che poi è stata così importante per tanti aspetti e, quindi, è un bellissimo romanzo, nato dal lavoro di Snowden Wright.

Poi, per il prossimo anno, inizieremo con una collana di saggistica, secondo noi importante e molto innovativa. Da anni ci interroghiamo su cosa si possa fare per innovare il prodotto libro e in questo caso ci troviamo di fronte a un prodotto del genere, una collana di cui abbiamo acquistato i diritti di traduzione da Thames & Hudson, che è una grande casa editrice inglese che propone questi brevi saggi, di 144 pagine ciascuno, costruiti in modo del tutto innovativo per due motivi fondamentali. Da una parte, il testo viaggia su cinque diverse grandezze di carattere, costruendo così dei percorsi di lettura che il lettore può scegliere: se vuole avere un livello di informazione diciamo generale, molto veloce, sceglie i caratteri più grandi; se vuole approfondire man mano di più, continua con quelli più piccoli. Dall’altra, in ogni volume c’è un importantissimo apparato iconografico che tratta il tema del libro dal punto di vista dell’immagine e che è quasi un testo parallelo. Ogni libro affronta una delle grandi questioni del nostro tempo, infatti la collana si chiama “Big Idea”, “La grande idea”, con un sottotitolo che è “Libri di base per il terzo millennio” e tutti i titoli hanno un punto interrogativo. Noi usciremo con il primo che sarà “Possiamo salvare il pianeta?”, seguiranno “Dovremmo essere tutti vegani?” e“La tecnologia ci fa male?”. Ognuno di questi libri, come si capisce abbastanza chiaramente, attacca uno dei grandi problemi aperti in questo momento. Speriamo che piaccia e che soprattutto sia utile».

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