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“Il sapore delle parole inaspettate”, Giulia Zorat ci racconta il suo romanzo

“Il sapore delle parole inaspettate”, Giulia Zorat ci racconta il suo romanzo

Roberta Mediatore
Giulia Zorat

La nostra intervista all’autrice del libro vincitore del premio “Io Scrittore” promosso da gruppo Mauri Spagnol in cui le parole sono le vere protagoniste del romanzo: “Una scelta precisa per tornare a ricordare, soprattutto in questo momento storico, il valore, la forza dirompente delle parole che sono uno strumento potentissimo in grado di avvicinarci agli altri e di arrivare lontano e a volte, come nel caso di François, anche di cambiare delle vite”

Ambientato nel X arrondissement di una Parigi più umana che luccicante, “Il sapore delle parole inaspettate” è il romanzo d’esordio con cui Giulia Zorat ha vinto il premio “Io Scrittore” promosso da gruppo Mauri Spagnol ed è stato poi pubblicato dallo stesso Io Scrittore lo scorso mese di maggio. Un racconto delicato, scritto in punta di penna, subito molto apprezzato dal pubblico (qui la scheda), centrato sugli affetti e costruito incrociando le storie di cinque personaggi principali, a partire dalla giovane Irene che, in attesa di un bambino e desiderosa di assicurargli una vita serena, decide di trasferirsi dall’Italia nella capitale francese. Alla ricerca di una casa in una grande città per lei del tutto sconosciuta, Irene finirà per trovare una nuova famiglia, accolta con amore dall’anziana Josephine che insieme al marito Jacques gestisce una piccola patisserie che porta il suo nome. È qui che Irene cresce il suo Enea, che ora ha dieci anni, e incontra per caso il giornalista François LeFevre, curatore della rubrica “Aujourd’hui. Vita, morte e miracoli a Parigi”.

Abbiamo parlato con Giulia Zorat per saperne di più sul suo bel romanzo, farci raccontare qualche curiosità e conoscerla meglio.

Nel tuo romanzo d’esordio fai incrociare le vite di cinque personaggi, ognuno a suo modo con una storia da raccontare, ma tutti ugualmente alle prese con un’assenza o una mancanza. Il centro del racconto sembrano essere i sentimenti. Tuttavia, tra il diario di Enea, le lettere di Jaques, la rubrica curata dal giornalista François e i messaggi nei dolcetti di cui ha trascritto la ricetta al termine del racconto, i «mots du chocolat» che sono appunto parole di cioccolato, hai scelto di assegnare alle parole, in particolare a quelle scritte, un ruolo primario. Come mai?

«“Il sapore delle parole inaspettate”, come forse si può intuire già dal titolo, è un romanzo in cui le parole sono le vere protagoniste, in particolare quelle scritte che siano appunto all’interno di una lettera, di un diario o di un messaggio nascosto o sull’annuncio di un giornale ed è una scelta precisa che vuole ritornare a ricordare, soprattutto in questo momento storico, il valore, la forza dirompente delle parole che sono uno strumento potentissimo in grado di avvicinarci agli altri e di arrivare lontano e a volte, come nel caso di François, anche di cambiare delle vite».

È vero che fin dal titolo del romanzo è chiara l’importanza delle parole, ma c’è anche l’associazione delle parole al sapore, offrendo forse una sorta di indizio su un altro aspetto fondamentale della narrazione, cioè il luogo in cui per lo più si svolgono le vicende narrate nel libro. La pasticceria è, infatti, il luogo della vita insieme per Jacques e Josephine e quello in cui la vita proseguirà dopo che LEI se ne sarà andata. Per Irene, poi, è proprio il luogo di una ripartenza, non tanto e non solo dal punto di vista professionale, ma soprattutto per quanto riguarda gli affetti. Inoltre, è anche il luogo in cui avviene l’incontro con l’altro personaggio, François LeFevre. L’idea del cibo in sé è sempre collegata con una idea di affetto e di cura, non a caso una mamma si preoccupa sempre che i figli mangino o abbiano mangiato e non a caso nei mesi del lockdown sembra che un po’ ovunque le famiglie si siano ritrovate in cucina. Ma perché hai scelto proprio una pasticceria e quanto è importante per te la dolcezza, non solo in termini di gusto?

«Come la parola, anche il cibo è uno strumento che ci consente di metterci in comunicazione con gli altri, di creare legami, ma ci dona anche conforto. Noi italiani in generale gli diamo un valore un po’ speciale, anche se poi è così anche in tante culture, e nutrire qualcuno è sempre un atto d’amore. Per me la scelta di ambientare parte del romanzo in una pasticceria deriva soprattutto da questo concetto e da una mia particolare passione peri dolci. Se mi si chiede cosa ci sia di autobiografico nel mio romanzo, la risposta è nei dettagli, nel senso che quando vivevo a Parigi, la mia prima esperienza così lontano da casa senza la possibilità di tornare a trovare la mia famiglia, quando avevo una giornata no, non potendo andare a casa da mia mamma a chiacchierare e a trovare un po’ di conforto, mi capitava di andare alla pasticceria del quartiere e comprare un dolcetto per risollevarmi il morale, perché c’era la proprietaria che era un po’ una mamma chioccia, e a volte fermarmi a chiacchierare con lei era davvero terapeutico. Da lì è nata la figura di Josephine che, appunto non a caso, è un personaggio molto materno, empatico e che si prende cura delle altre persone attraverso il cibo e tramanda quest’arte a Irene, la sua figlia adottiva, diciamo, che la affina ulteriormente, e ci insegna proprio che attraverso la gentilezza e la dolcezza si può donare conforto, che costa poco perché ovviamente è gratuito. Diciamo che questo è un po’ per me il valore della dolcezza».

Restando sui personaggi, forse il più particolare del tuo romanzo è il piccolo Enea, un intelligentissimo enfant prodige di appena dieci anni, che di fatto è la principale voce narrante attraverso il diario in cui si rivolge idealmente al padre Alberto, che non ha mai conosciuto. La sua è una voce fresca e senza preconcetti, capace di descrivere cose e sentimenti in modo molto semplice e immediato. Quanto ha inciso nella narrazione la scelta di privilegiare il punto di vista di un bambino? Credi che sarebbe stato diverso “far parlare” un adulto?

«Il mio romanzo è un romanzo corale e direi che ogni personaggio ha a disposizione più o meno lo stesso spazio per raccontare la propria storia, però come dicevi non tutti hanno lo stesso peso e forse Enea è proprio quello che ha l’importanza più speciale all’interno della storia. Sicuramente il fatto che sia un bambino è fondamentale perché è grazie alla sua spontaneità e alla sua speranza che tutta la vicenda sta in piedi, potremmo definirlo un po’ il fil rouge che collega tutti i protagonisti. Si tratta di un personaggio estremamente aperto, positivo, nonostante nella sua breve vita abbia anche conosciuto il dolore in varie forme. Però è grazie al suo speciale modo di essere bambino, anche alla sua ingenuità se vogliamo, che riesce a dare una spinta agli eventi a dare uno scossone anche agli altri personaggi. Quindi, non credo che se fosse stato adulto avrebbe avuto questa forza. Diciamo che è un buon esempio anche di come a volte i bambini sono in grado di dare delle lezioni di vita agli adulti».

Tornando alla “tua” Parigi, dove hai vissuto per un certo periodo per motivi di studio, quanto influisce la città sulla magia che sembra permeare le pagine del tuo romanzo? Hai deciso di raccontarla nella quotidianità, nella vita reale lontano dal glamour, ma è pur sempre la città che per eccellenza incanta i suoi visitatori …

«Parigi è un po’ il cuore della storia e non avrei immaginato un’ambientazione diversa proprio perché il suo lato più magico fa da contorno a tutta la vicenda. Però, come dicevi, ho deciso di non rappresentarne la versione più stereotipata a cui il cinema e la letteratura ci hanno abituato, ma ho voluto raccontare la mia Parigi, una Parigi più quotidiana. Questo perché, appunto vivendoci, mi sono resa conto che la percezione è ovviamente molto diversa rispetto a quando la si visita da turisti. Se quando la si visita da turisti si resta abbagliati dal suo aspetto più glamour, dalle vetrine, dalle luci e le brasserie romantiche, quando ci si vive ci si scontra anche con le difficoltà di vivere in una grande metropoli che ovviamente ha le sue contraddizioni, è molto caotica. Però, dopo il primo impatto traumatico, Parigi è una città che ho apprezzato molto, che mi ha dato molto sotto il profilo umano e personale ed è proprio qui che ho scorto la magia della città. Perché Parigi è un po’ un luogo di possibilità ed è questo l’aspetto che ho voluto tenere a mente quando ho iniziato la stesura del romanzo. Ci tenevo a rappresentarla in modo fedele, con gli occhi di chi ci ha vissuto e mostrare non tanto la sua magia più immediata, ma quella più vera e spero di esserci riuscita».

In questa Parigi che definisci “un luogo di possibilità” i diversi incontri fra i personaggi del libro avvengono in maniera un po’ casuale, quasi una serendipity, come un po’ per caso è avvenuta la pubblicazione del tuo primo romanzo, nel senso che lo tenevi chiuso in un cassetto da circa dieci anni quando sei venuta a conoscenza del premio “Io Scrittore” organizzato dal gruppo Mauri Spagnol. Quanto conta, secondo te, il caso?

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«Effettivamente, il romanzo l’ho scritto più o meno dieci anni fa e poi l’ho tenuto nascosto in un cassetto finché appunto non ho scoperto “Io scrittore” grazie a Facebook e da lì mi ci sono poi voluti più o meno altri due anni, perché non sono una persona estremamente impulsiva. Ma poi finalmente, nel 2018, mi sono decisa ad iscrivermi perché mi piaceva molto la struttura del concorso, mi sembrava un modo divertente di mettermi in gioco, di ricevere l’opinione dei lettori e onestamente non mi sarei mai aspettata di classificarmi tra vincitori e soprattutto al primo tentativo e, invece, è andata proprio così. È ovvio che nella mia esperienza il caso è stato una componente fondamentale, però, chiaramente, non può essere l’unica variabile in gioco. Io sono convinta che la fortuna, il caso, sono delle spinte importanti, ma che dietro ogni piccolo successo ci sono sempre altri sforzi che magari non si vedono, però l’impegno, la voglia di provarci, la perseveranza sono fondamentali per la riuscita di un progetto».

Non c’è dubbio e siamo particolarmente contenti che ti sia decisa a partecipare a questo torneo letterario e che il tuo bel romanzo sia stato pubblicato. E adesso che ti sei fatta conoscere e apprezzare, cosa hai in serbo per i tuoi lettori? Possiamo aspettarci una nuova pubblicazione a breve?

«Ora che ho acquistato anche un po’ di sicurezza in più rispetto al primo lavoro mi piacerebbe rimettermi nuovamente alla prova e mi piacerebbe senz’altro scrivere un libro che rispecchi di più la mia versione adulta, la mia visione adulta della vita. Per ora c’è un’idea per un secondo romanzo, ma non ne ho ancora iniziato la stesura. Diciamo che l’unica certezza è che stavolta non voglio aspettare dieci anni prima di pubblicarlo, quindi voglio darmi una mossa».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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