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Dentro lo scrittore: a tu per tu con Matteo Nepi

Dentro lo scrittore: a tu per tu con Matteo Nepi

Anna Celenta

Il suo ultimo romanzo, “Inverno e Paradiso”, è uscito nel novembre 2020 con PAV Edizioni, ma l’inarrestabile scrittore che alberga in Matteo Nepi è già alle prese con nuovi personaggi e nuove avventure.

La tazzona di caffè fumante, le cuffiette alle orecchie e Matteo Nepi è pronto per la nostra videochiamata. Di questi tempi non si può far altro che vedersi virtualmente, ma con lui non potremmo fare altrimenti perché dal 2008 Matteo vive a Dublino. Nato a Milano nell’agosto del 1976, Matteo cresce a Bovisio Masciago, un paesino della Brianza che influenzerà il suo futuro e quello dei sui personaggi. A scuola non è di certo uno studente modello e l’insegnante d’italiano lo bacchetta di continuo pretendendo che scriva qualcosa di meglio della lista della spesa. È infatti negli anni universitari che Matteo scopre la sua vena creativa e inizia a delineare le sue prime scene e personaggi. È seduto in una piccola aula dell’Università di Camerino, dove ha studiato Scienze Politiche, e attende che inizi la lezione, si annoia, il quaderno vuoto lo fissa e in un attimo si riempie di parole: Matteo Nepi ha appena creato il protagonista del suo primo romanzo, “Dentro Me”, uscito nel 2016 con PAV Edizioni.

Un parto lungo, o sbaglio?

«Ho finito di scrivere “Dentro Me” nel 2005, ma la gestazione è stata lunga. È iniziata, appunto, un giorno all’Università e il romanzo ha visto la luce solo nel 2016 dopo tante riscritture, revisioni, tagli, aggiunte. L’ho preso in mano a più riprese, all’inizio lo scrissi a mano, poi passai a una vecchia macchina da scrivere, quando finalmente scoprii il computer divenne tutto più semplice».

Prima del romanzo hai scritto altro?

«Diversi racconti, uno dei quali ha anche vinto il primo premio a un concorso letterario con oltre 500 partecipanti. Quella fu la volta in cui capii che, forse, potevo scrivere qualcosa di meglio della lista della spesa. Da qui è partita la voglia di continuare. Ho scritto diversi racconti, alcuni dei quali sono stati pubblicati in un’antologia, ma più scrivevo più sentivo che dovevo fare qualcosa di più, non potevo limitarmi a storie brevi, i miei personaggi dovevano vivere di più, dovevano essere coinvolti in una storia unica, più lunga, e così sono arrivato a scrivere Dentro Me, anche se poi è rimasto fermo a lungo. Avevo smesso di scrivere perché pensavo di non aver più nulla da dire, ma poi è arrivata la PAV Edizioni ed è tornata la voglia di scrivere e soprattutto la voglia di farmi leggere».

Quindi è questo che ti spinge a scrivere?

«Sì, scrivo perché ho da dire qualcosa, ma soprattutto scrivo per essere letto ed è per questo che ritengo che il lettore meriti rispetto. Quando scrivo tengo sempre a mente che qualcuno mi leggerà e credo che questa sia la cosa più importante, quella che ogni scrittore non dovrebbe mai dimenticare».

In effetti tu prendi per mano il lettore, gli presenti i personaggi, lo conduci in luoghi che può vedere con i suoi stessi occhi pur restando seduto sul divano di casa, come fai?

«Cerco di immaginarmi le scene e le situazioni e poi le descrivo con semplicità cercando di dare al lettore tutto quello che potrebbe sentire con le orecchie, vedere con gli occhi, assaporare con la bocca o toccare con mano. Molti sono episodi accaduti veramente a me o a qualcun altro, non scrivo mai di cose che non conosco. Per esempio, il secondo romanzo, “L’Ultimo libera tutti” (PAV Edizioni, gennaio 2019), racconta di un viaggio in Venezuela, lì ci sono luoghi che ho visto, persone che ho incontrato, situazioni che ho vissuto. Quando scrivo immagino già che il mio romanzo potrebbe diventare un soggetto cinematografico (Matteo scrive anche soggetti e sceneggiature, ndr) e tutto diventa ancora più facile da immaginare e da scrivere».

La tua ultima “fatica”, “Inverno e Paradiso”, è in terza persona, mi spieghi il perché di questa tua nuova scelta?

«“Dentro Me” e “L’Ultimo libera tutti” sono in prima persona, il protagonista è uno, al massimo c’è un coprotagonista. Entrambi raccontano le vicende dal punto di vista del protagonista, sono storie un po’ introspettive. Anche “Inverno e Paradiso” lo è, ma ci sono tanti personaggi, diverse storie, che poi si intrecciano, e mi è sembrato più corretto farle vedere da fuori, era anche più “facile” descrivere le loro vite da un punto di vista esterno, meno coinvolto nei loro intrecci».

Anche se alla fine si viene coinvolti lo stesso, anzi direi travolti… Io ho letto “Inverno e Paradiso” e ho riso, ho pianto, mi sono arrabbiata e alla fine mi sono mancati i tuoi personaggi, che sono diventati un po’ anche amici. Qualcuno più di altri… A proposito di questo, quanto di te c’è nei protagonisti dei tuoi libri?

«Nei primi due c’è moltissimo di me. Direi un 70% in “Dentro Me” e un buon 80-90% in “L’Ultimo libera tutti”. Come dicevo prima, quest’ultimo nasce da un viaggio in Venezuela e quindi da esperienze vissute in prima persona. Anche in ognuno dei personaggi di “Inverno e Paradiso” c’è un po’ di me, forse quello che più mi assomiglia è Marco, lui è il me quindicenne. Quindi direi che l’ultimo romanzo, anche se è in terza persona, è un po’ scritto con gli occhi del me quindicenne».

Marco è anche uno dei miei preferiti e se ci penso rido ancora pensando a una scena in particolare, quella del campeggio con le due tedesche, ma è successo davvero? Vogliamo raccontarla o lasciamo i lettori con la curiosità?

«Ebbene sì, lo confesso mi è successo qualcosa di simile, alla Fantozzi, e se ci penso non solo mi viene da ridere, ma arrossisco proprio come un quindicenne. A questo punto, però, lascerei un po’ di curiosità a chi sta leggendo questa intervista, invitandoli a scoprire di quale aneddoto stiamo parlando…»

Se dovessi descrivere il protagonista di ogni tuo romanzo con un aggettivo?

«“Dentro me”: eternamente indeciso. “L’Ultimo libera tutti”: folle. “Inverno e Paradiso”: tormentato (riferendosi a Marco, ma il tormento è il sentimento che alberga un po’ in tutti i personaggi maschili e femminili, ndr)».

Qual è stata la soddisfazione più grande o il momento più emozionate della tua carriera di scrittore?

«A parte la vittoria al concorso “Città di Brugherio” che mi ha dato la spinta giusta per continuare, di sicuro la presentazione che feci a Bovisio del primo romanzo. L’aveva organizzata il Comune, quando vidi che c’erano tante persone nel locale pensai che fossero lì per qualche festa, non di certo per me. Invece erano tutte lì per ascoltare questo sconosciuto. Ho parlato per più di un’ora, la gente mi guardava e ascoltava in silenzio e io cercavo nei loro occhi una qualche sensazione, positiva o negativa che fosse. Alla fine, si sono alzati tutti per applaudirmi, è stata un’emozione indescrivibile, li avevo colpiti e affascinati con le mie parole».

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Ed è quello che continui a fare con le parole che scegli di usare quando scrivi…

«Il modo più efficace per comunicare con il lettore, e mi riaggancio a quello che ho detto all’inizio sul rispetto nei suoi confronti, è scrivere poco e in modo semplice. Comunicare le emozioni con poche parole, se ne hai scritte dieci c’è sicuramente un modo per dire la stessa cosa con cinque».

Quando parli di rispetto per il lettore cosa intendi?

«Non ti devi sentire grande perché hai scritto una storia, scrivi e scrivi ancora, una scena, una situazione scrivi sempre tenendo a mente che a qualcuno potrai anche non piacere, non approfondire temi o situazioni che non hai vissuto, scrivi per tutti i tipi di lettore e resta umile».

Matteo Nepi oggi?

«Oggi scrivo ancora e mi occupo della promozione di “Inverno e Paradiso”. L’ho inviato al Premio Campiello e spero che venga almeno notato. Poi mi muovo un po’ sui social, oggi con il Covid è difficile, anche perché io venivo in Italia per promuovere i miei libri e amo avere il contatto diretto con il pubblico e con chi mi leggerà».

Dove sarà Metto Nepi tra una decina d’anni?

«Ancora seduto qui, con la tazza di caffè fumante, a scrivere o a parlare con qualcuno di scrittura».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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