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21lettere festeggia il primo compleanno, Bisi: “Una sfida animata dalla passione”

21lettere festeggia il primo compleanno, Bisi: “Una sfida animata dalla passione”

Roberta Mediatore
Alberto Bisi 21lettere

L’editore modenese ci racconta come è nata la casa editrice che ha portato in Italia “Space opera” di Chaterynne M. Valente, “La spia che amava” di Clare Mulley e “L’addio a Saint-Kilda” di Éric Bulliard puntando sulla qualità e sull’internalizzazione delle competenze e delle professionalità. “È vero quello che si dice nello sport, una squadra è più della somma delle parti, ed è vero soprattutto in ambito creativo”

Dalla fantascienza di Chaterynne M. Valente alla vita avventurosa della prima donna al servizio di Sua Maestà che fu la spia preferita di Churchill, dal racconto della scoperta di una comunità relegata su uno sperduto arcipelago scozzese fino all’evacuazione degli ultimi trentasei abitanti nel 1930. Queste le storie su cui 21lettere ha puntato per muovere i primi passi, dall’autunno del 2019. Storie di successo a cui è seguita poi la riedizione di un classico della letteratura mondiale come Obabakoak di Bernardo Atxaga. Un primo anno di soddisfazioni per la casa editrice indipendente di Modena, malgrado le difficoltà legate alla pandemia di Covid-19. Ne abbiamo parlato con l’editore Alberto Bisi che traccia un bilancio delle prime attività e preannuncia qualcuna delle prossime uscite previste per il 2021.

Il 2020 è senza dubbio un anno del tutto straordinario ed è anche in larga parte coinciso con il primo anno di vita di 21lettere. Com’è andata?

«In effetti erano vent’anni che volevo fare questo passo, si può dire che ho aspettato proprio il momento giusto… Quest’anno, comunque, tutto sommato è andato decentemente perché stiamo riuscendo a crescere lo stesso. Ci stanno facendo complimenti da tutte le parti e ci dicono che per esempio “La spia che amava” è un titolo che, senza il virus, avrebbe veramente sfondato. Il romanzo di Clare Mulley è stato il nostro secondo titolo e ci siamo ritrovati con un’intervista a doppia pagina su Sette del Corriere della Sera e un articolo a tutta pagina sul Venerdì di Repubblica usciti in concomitanza, per cui questo in condizioni normali farebbe balzare il titolo. C’è stato lo stesso un balzo e ne siamo molto contenti, però ci dicono tutti che se fosse stato un anno normale, le cose sarebbero andate veramente ancora meglio. Ci fa piacere perché vuol dire che la direzione è giusta».

Ci auguriamo che possa esserci un balzo ulteriore nel futuro e non solo per il romanzo di Clare Mulley, tanto più che per fortuna i libri si scoprono, ma si possono anche riscoprire. Tuttavia, anche al di là delle difficoltà dovute alla pandemia, l’editoria in Italia è un settore che soffre di criticità e che in questo senso richiede un certo coraggio, per così dire. Le stime sulla lettura restituiscono il quadro di un paese in cui il 40% afferma di aver letto un solo libro in un anno, il 60% neanche uno. Com’è nata l’idea di fondare 21lettere e quanto è difficile muoversi per un editore indipendente?

«Innanzitutto, noi puntiamo su long sellers, quindi c’è speranza anche per il futuro per i titoli che abbiamo già pubblicato. Poi, è vero, questi sono dati che conosco anch’io, ma non importa. 21Lettere è nata da una pura passione, era una cosa che volevo fare da vent’anni e non ho trovato più motivi per aspettare, per cui ho fatto il passo. Semplicemente questo. E anche a livello organizzativo andiamo in controtendenza con questo periodo: per esempio con lo smart working è molto facile adesso rispetto al passato appoggiarsi a collaborazioni esterne, noi invece puntiamo a internalizzare le competenze, le professionalità, le persone, perché vogliamo farlo così, anche se è vero che è più costoso. È vero quello che si dice nello sport, che una squadra è più della somma delle parti, ed è vero soprattutto in ambito creativo, per cui anche concretamente facciamo le cose a modo nostro e andiamo dritto per la nostra strada. È una scommessa, vedremo come andrà».

È una scommessa sulla passione, sulla competenza sulla professionalità e anche sulla qualità del lavoro che fate e dei titoli che scegliete, ma come si compete in un mercato in cui il grosso è praticamente fagocitato dai grandi gruppi? Penso anche alla presenza sui media e nella pubblicità…

«Noi tra quantità e qualità abbiamo fatto una scelta abbastanza drastica e siamo lì, a lottare. Quello dell’editoria è un settore tendenzialmente povero e per noi credo che sia stato un vantaggio, perché questo significa che chi ci lavora lo fa per passione e noi ci siamo sentiti apprezzati da subito, a ogni livello della filiera. Quindi, io credo che la qualità e la passione stiano pagando, nel nostro caso. Poi vedremo quanto riusciremo a crescere, però siamo qua».

Ci auguriamo che crescerete tanto. Intanto siete molto giovani, nel senso che ad animare 21lettere è un gruppo di ragazzi e questo dimostra anche che, indipendentemente dalle dimensioni, c’è spazio per iniziative editoriali di qualità e c’è spazio per i più giovani. Cosa consiglierebbe a chi intende cominciare un percorso nell’editoria?

«Consiglierei di pensarci bene perché i sacrifici sono tanti. Io avevo un’idea abbastanza precisa di quello a cui sarei andato incontro, eppure è stato molto più difficile del previsto, per cui serve davvero tanta, tanta passione perché si lavora sempre. Però è bello farlo, ecco. E se uno lo fa perché gli piace, perché è bello farlo e lo fa a ogni ora del giorno e della notte, allora sì. Ci vuole questa passione, secondo me, altrimenti, ci sono altri settori molto più “comodi”. Perché c’è una cosa da dire: a ogni titolo ci si rimette in gioco, ogni titolo è una scommessa di per sé, quindi ci sono ben poche garanzie. È un settore molto particolare anche per questo, nel senso che magari abbiamo fatto bene almeno titoli, però è sempre una scommessa aperta ogni volta e non ci sono garanzie».

Sul sito della casa editrice si legge che il nome 21lettere deriva dall’intenzione di semplificare, di ritornare in un certo senso all’essenziale, ma allo stesso tempo combinare questo numero esiguo di segni significa aprirsi a infinite possibilità e, tra queste infinite possibilità, avete fatto delle scelte precise con i titoli pubblicati, che si caratterizzano tutti per l’eccezionalità e la straordinarietà delle storie raccontate. È questa la strada di 21lettere?

«Sì, siamo rimasti colpiti da queste storie, per cui è così in realtà. Lo confermo».

Cosa vi ha indotto a partire da un romanzo di fantascienza come “Space opera” di Chaterynne M. Valente, tra i finalisti dello Hugo Award for Best Novel nel 2019?

«Ci ha colpito tanto e volevamo fare qualcosa di diverso. Abbiamo visto qualità e abbiamo visto anche qualcosa in qualche modo notevole, forse la parola giusta è notevole, nel senso che si fa notare anche. Avevamo voglia di fare qualcosa di diverso e forse ci siamo riusciti, ci stiamo riuscendo, anche con le nostre copertine, con un modo di porsi un po’ diverso. In un passato relativamente recente dicevano che in Italia andare in libreria, a differenza di altri paesi, è un po’ come entrare in un tempio della cultura e del sapere e noi ci siamo posti in un modo un po’ più irriverente, almeno dal di fuori, dalle copertine. Abbiamo voluto fare delle copertine silenziose, in linea con quelli che sono i nostri intenti, dichiarati anche sul sito, per cui sono quasi senza parole. Ci sono autore e titolo in basso, lasciando in preponderanza le immagini, e sono molto colorate, disegnate però silenziose. Questo è in linea anche con quello che è “Space opera” come romanzo. Quindi era ed è tuttora uno dei nostri intenti e lo stiamo portando avanti».

In effetti è così anche per gli altri titoli che 21lettere ha portato nelle librerie italiane, “La spia che amava” di Clare Mulley (leggi qui) e “L’addio a Saint-Kilda” di Éric Bulliard e anche per “Obabakoak” di Bernardo Atxaga che avete scelto di ripubblicare. Ci parla un po’ anche di questi romanzi?

«“L’addio a Saint-Kilda” è una storia incredibile e, come ha osservato un giornalista svizzero, è anche un romanzo con uno spessore letterario per come è scritto, che ha solo una veste di diario di viaggio. Quello è solo un pretesto anche per raccontare una storia incredibile di gente che per secoli, forse millenni, ha vissuto isolata in un arcipelago al largo della Scozia. Quando le tecniche di navigazione sono migliorate, gli scozzesi sono entrati in contatto con questa popolazione e siccome parlavano tutti ancora il gaelico sono riusciti a capirsi. È una storia incredibile, su questo arcipelago vivevano senza leggi, senza denaro, una comunità sostanzialmente di nostri contemporanei che hanno chiesto di essere evacuati nel 1930 perché non riuscivano a far fronte al proprio sostentamento. Qualcuno mi pare che sia vissuto anche oltre l’anno 2000, però tutti hanno rimpianto di non essere ancora lì, pur vivendo di stenti in quell’arcipelago, quasi senza abiti, in condizioni per noi impossibili. Qualcuno si è trovato anche a vivere nel lusso a Londra, ma tutti hanno rimpianto quella vita più serena nella comunità.

L’altra storia che ci ha colpito tantissimo, e insieme a “L’addio a Saint-Kilda” sono i due libri attorno cui è nata la casa editrice, è quella de “La spia che amava”, perché Christine Granville è stata un personaggio incredibile e, come molti giornalisti che hanno letto il libro hanno fatto notare, sarebbe stata un’icona del nostro tempo. Non è accaduto soltanto perché dopo la sua morte hanno insabbiato la sua memoria, perché temevano degli scandali. Era troppo avanti, troppo emancipata e indipendente anche dal punto di vista sessuale per l’epoca e la sua è stata veramente una vicenda reale incredibile. Quando ho letto la storia, per caso su un giornale italiano e oggi abbiamo fatto amicizia con il giornalista che ha scritto quell’articolo, mi sono interessato alla vicenda per acquisire i diritti cinematografici, perché all’epoca era già un film, e poi ho scoperto che i diritti erano stati acquisiti dagli Universal Studios al che, ovviamente, mi sono tirato indietro. Però ero contento, perché quella storia meritava di essere riportata in un film hollywoodiano, fatto con tutti i crismi. Ho abbandonato anche l’idea dei diritti di stampa, perché davo per scontato che fossero già stati acquisiti da qualche grande editore e dopo qualche altro anno mi sono reso conto che invece il libro non era ancora stato pubblicato in Italia. Quindi 21lettere è partita da lì, da questi due libri».

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Lei dice che avete fatto amicizia con il giornalista che aveva scritto l’articolo sulla storia di Christine Granville, ma poi avete potuto fare amicizia anche con Clare Mullay, perché malgrado le difficoltà dovute alle restrizioni imposte dalla pandemia, siete riusciti ad ospitarla di persona a Modena, durante il BUK Festival e credo sia stato un bell’incontro…

«Sì, in effetti è stato molto bello averla ospite a Modena. Ci siamo ritrovati a fare la nostra prima e al momento unica fiera in casa, ma è stato un puro caso perché il BUK è stata l’unica fiera a non annullata all’ultimo minuto, e non vediamo l’ora di farne anche altre per stendere le nostre copertine una accanto all’altra. È stata un’emozione, come poter incontrare Clare, ma è stato parecchio complicato. Lai sarebbe dovuta atterrare di venerdì, la presentazione alla fiera si sarebbe dovuta tenere il sabato, ma il martedì di quella settimana sono cambiate le leggi italiane in merito al Covid, per cui abbiamo passato una giornata intera colloquiando con aeroporti e ospedale, che non sapevano quali fossero le norme a cui attenersi. Risolto tutto quanto in serata, il giorno dopo Clare ci comunica che sono cambiate le norme in Inghilterra, quindi abbiamo passato un’altra giornata interamente a cercare di risolvere tutto. Si è ridotto tutto a un giorno ed è stato possibile anche grazie alla disponibilità di Clare di atterrare, di ritorno in Inghilterra, la domenica mattina alle 2 col rischio, in caso di ritardo dell’aereo, di dover fare una quarantena che sarebbe scattata alle 4 di mattina. Ci aveva spiegato la sua situazione familiare e lavorativa e questo sarebbe stato un bel problema, per cui è stata veramente disponibile, abbiamo apprezzato anche il suo valore umano ed è stato veramente bello molto».

Per il futuro, invece, sappiamo già che sono previste altre due importanti uscite, con “La clavicola di San Francesco” di Daniele Nadir e successivamente anche “Tokyo Stazione Ueno” di Yu Miri, che di recente ha vinto il National Book Award americano per la letteratura straniera. Ci può anticipare qualcosa?

«“Tokyo Stazione Ueno” parla delle Olimpiadi che arrivano a Tokyo, l’autrice ha una scrittura molto elegante e delicata, ed è un libro che è un omaggio agli ultimi. Non voglio svelare nulla, però c’è un parallelismo tra il protagonista e l’imperatore del Giappone che nascono lo stesso giorno, ma il protagonista avrà una vita ben diversa da quella dell’imperatore. Va anche detto che dopo il terremoto e lo tsunami in Giappone che hanno causato il disastro di Fukushima, l’autrice è andata a vivere proprio nella zona di Fukushima trasmettendo da una stazione da campo di quelle mobili per incoraggiare la gente e dare supporto alla popolazione e tuttora vive lì con suo figlio, quindi c’è una storia incredibile dietro, dello spessore umano e questo si riflette nel libro.

Mentre per quanto riguarda la clavicola “La clavicola di San Francesco”, intanto si tratta del nostro primo autore italiano, per cui è stata avvincente anche la lavorazione, ed è un’indagine sul tema del rapporto tra uomo e natura, uomo e ambiente e in particolare con gli animali che uscirà il 14 gennaio».

E invece, guardando oltre la prossima primavera, quale altra bella scoperta avete in serbo per i lettori italiani?

«Per il 2021 la programmazione è già al completo e stiamo lavorando sui libri che usciranno nel 2022. Abbiamo una novità di cui daremo però notizia a gennaio».

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