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Eva Baltasar torna in libreria con il romanzo “Boulder”

Eva Baltasar torna in libreria con il romanzo “Boulder”

Librando Magazine

Dall’autrice di “Permafrost”, un nuovo romanzo che fa del disincanto poesia e del tormento ironia, in testa alle classifiche di vendita catalane da sei mesi. Il volume edito da nottetempo nella traduzione di Amaranta Sbardella, uscirà il primo aprile

TITOLOBoulder
AUTOREEva Baltasar
EDITORENottetempo
DATA USCITA01/04/2021
PAGINE128
GENERENarrativa
ISBN9788874528363

Dopo il successo di “Permafrost”, insignito nel 2018 con il Catalan Booksellers Award, Eva Baltasar torna nelle librerie italiane con il suo secondo romanzo, “Boulder”, in testa alle classifiche di vendita catalane da sei mesi. Il volume, edito da nottetempo nella traduzione di Amaranta Sbardella, sarà disponibile dal prossimo primo aprile.

IL LIBRO

Boulder è il nome con cui la protagonista chiama se stessa. Indica lo scoglio che, in mare, spunta dall’acqua costringendo le barche a evitarlo. Boulder vive e lavora su una barca – il romanzo si apre nell’arcipelago di Chloé in Cile – facendo la cuoca e scendendo a terra solo per incontrare donne con cui ha rapporti fugaci. È una donna indecifrabile, torva, amante della solitudine.

Durante una sosta in terra ferma Boulder conosce Samsa, estroversa e sensuale, con la quale stringe una relazione che la porterà a stabilirsi a Reykyavík. Dopo alcuni anni di convivenza pacifica, Samsa manifesta un forte desiderio di maternità. Boulder istintivamente si allontana, ma poi acconsente a ricorrere alla procreazione assistita. Nasce la loro figlia e il rapporto tra le due donne cambia radicalmente: Samsa si allontana e Boulder sente che sta trascurando sempre di più la sua intimità e il suo desiderio, mai del tutto sopito, di riprendere il mare.

DAL LIBRO

Quellón. Isola di Chiloé. Una notte di molti anni fa. Le dieci passate. Né cielo né vegetazione né oceano. Solo il vento, la mano che tutto afferra. Saremo una dozzina di persone. Anime. In un posto del genere, a quest’ora, le persone si può dire siano anime. Il pontile è piccolo e pende da un lato. L’isola si abbandona all’acqua in blocchi di cemento sui quali, uno di fianco all’altro, sono fissati gli ormeggi. Sembrano le teste deformi degli enormi chiodi che bloccano questo molo al fondo del mare. Nient’altro. La calma degli isolani mi lascia senza parole. Se ne stanno seduti sotto la pioggia, sparpagliati, ognuno col suo fagotto grosso quanto un baule. Si coprono con una plastica resistente al vento, mangiano in silenzio, un thermos tra le gambe. Aspettano. La pioggia li sferza come se li maledicesse, scende giù lungo la schiena ingobbita e forma dei rivoli che scivolano fino al mare, bocca immensa che non si stanca mai di accogliere e di inghiottire. Fa uno strano freddo, devo essermene impregnata perché lo sento borioso, combattivo, sotto la pelle e ancora più all’interno, nelle arcate che gli organi creano tra loro. Indecifrabili isolani. Sono rimasta qui tre mesi a cucinare nei campi estivi per adolescenti. La notte pedalavo fino al villaggio e mi bevevo un’acquavite al bar della pensione. Quasi nessuna donna. Rituale da lavoratori. I denti macchiati che salutano. Dai tavoli mi parlano occhi nerissimi di alberi genealogici cresciuti man mano sulla pietra salmastra. Parlano per tutti i morti.

Non sono una brava cuoca, sono una cuoca da rancio, abile, senza formazione. Quello che più mi piace del mio lavoro è occuparmi degli alimenti quando sono ancora integri, quando in essi qualcosa tradisce un luogo, una provenienza e quel raggio immediato di solitudine necessario a qualsiasi essere vivente per crescere. Acqua, terra, polmoni. Le condizioni del silenzio. Gli alimenti hanno una pelle, una buccia, e per prepararli servono coltelli. Se c’è qualcosa in cui sono brava in cucina è squartare tutto. Il resto non è un’arte. Condire, combinare, scaldare… le mani ci si abituano, vanno da sole. Ho lavorato in scuole, in ospizi e in un carcere. Gli incarichi durano settimane, scivolano via da me, sono grasso di cui mi disfo lentamente. Prima che venissi a Chiloé, il mio ultimo capo ci tenne a fornirmene una spiegazione: il problema non era il cibo, bensì io. In una cucina si lavora in squadra, dovevo cercarmene una molto piccola se volevo lavorare da sola e continuare a vivere di questo.

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L’AUTRICE

Eva Baltasar è una poetessa e scrittrice catalana. Permafrost, vincitore nel 2018 del Premio Librai Catalani, è il suo primo romanzo ed è stato tradotto in spagnolo da Penguin Random House.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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