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Dopo il successo de “La civetta cieca”, arriva in Italia “Il randagio e altri racconti” di Sadeq Hedayat

Dopo il successo de “La civetta cieca”, arriva in Italia “Il randagio e altri racconti” di Sadeq Hedayat

Tradotta dal persiano da Anna Vanzan, la raccolta di racconti pubblicata nella collana Origine di Carbonio editore testimonia ancora una volta la ricchezza di interessi culturali e artistici dell’autore iraniano

TITOLOIl randagio e altri racconti
AUTORESadeq Hedayat
EDITORECarbonio Editore
COLLANAOrigine
DATA USCITA22/04/2021
GENERENarrativa classica
ISBN9788832278170

Dopo il grande successo de “La civetta cieca”, Carbonio Editore porta in libreria “Il randagio e altri racconti” di Sadeq Hedayat. Scritti tra il 1930 e il 1942, questi racconti, pubblicati nella collana Origine, testimoniano la ricchezza di interessi culturali e artistici dell’autore iraniano, il cui talento narrativo viene celebrato qui dalla iranista e islamologa Anna Vanzan, che ha curato la scelta e la traduzione di questi testi.

«Quanto a noi, applaudiamo questo insolente fachiro che castiga così bene l’impostura dall’alto del suo tappeto volante». Così scriveva anni fa André Clavel su L’Express definendo Hedayat “Il magnifico”.

IL LIBRO

In queste storie, potenti e stranianti, Sadeq Hedayat, precursore del romanzo moderno iraniano, dipinge l’umanità che anima le strade di Teheran, così come quella che s’incontra nei vicoli di Le Havre, in un affresco vivo e reale di colori, volti, profumi.

La sua è una letteratura crepuscolare e sulfurea, con uno sguardo disperato ma con un’ironia implacabile sull’assurdità del mondo e l’inguaribile follia dell’animo umano.

Emblematico il protagonista del racconto “Il randagio”, il cane Pat respinto e cacciato da tutti, archetipo della condizione di solitudine e della lotta di ogni emarginato. L’animale umanizzato diventa metafora dello scrittore stesso, anch’egli respinto dalla società iraniana per il suo anticonformismo. Mirabili e commoventi le sei righe finali.

In “Abj Khanum” protagonista è il mondo femminile persiano con le sue regole, le sue cattiverie, i suoi divieti e a volte le sue ribellioni. «Avvicinarono le lampade, e videro il corpo di Abji Khanum che galleggiava nella vasca: i suoi capelli neri e intrecciati erano attorcigliati intorno al collo come un serpente, l’abito colorato le aderiva al corpo. Il viso aveva un’espressione luminosa, come se si fosse recata in un luogo senza bruttezza né bellezza, dove non esistevano né il matrimonio né il lutto, dove non c’erano né il riso né il pianto, dove non abitavano né la felicità né il dolore. Era andata in paradiso!»

In un caleidoscopio di volti, protagonista è sempre un’anima solitaria e randagia alla deriva, in una esistenza che non le appartiene, alla ricerca di un senso ai torti subiti, alle lusinghe della vita da cui si sente irretita e rifiutata, in pagine dove la cultura persiana si mescola sapientemente con quella europea, soprattutto francese, in uno stile che unisce surrealismo, oniricità e magia.

DAL LIBRO

«Abji Khanum era la sorella maggiore di Mahrokh, ma chiunque le avesse viste insieme mai avrebbe pensato che fossero sorelle. Abji Khanum era alta, magra, scura di carnagione, con grandi labbra carnose e capelli neri, piuttosto bruttina. Al contrario, Mahrokh era piccolina, di incarnato chiaro, con un bel nasino, i capelli castani, bellissimi occhi e quando rideva le si formavano delle fossette agli angoli della bocca. Erano assai diverse anche di indole: fin da piccola Abji Khanum era puntigliosa e aggressiva e non andava d’accordo con la gente. Era stata perfino due o tre mesi senza neppure parlare a sua madre. Al contrario, sua sorella era socievole, affascinante, di buon carattere, sempre col sorriso. La loro vicina Naneh Hasan l’aveva soprannominata ‘la cocchina’. Anche i loro genitori preferivano Mahrokh, che era la piccolina e la più dolce. Abji Khanum le aveva buscate dalla madre fin dall’infanzia; non la sopportava, ma davanti agli altri, ai vicini di casa, mostrava di essere preoccupata per lei e, dandole una pacca sulla mano, si lamentava.

“Che ne farò di questa sfortunata? Chi si prenderà una ragazza così brutta? Ho paura che mi resterà sulla groppa per sempre! Una ragazza brutta senza arte né parte! Quale disgraziato se la prenderebbe?!”.

Avevano ripetuto questi discorsi davanti ad Abji Khanum così tante volte che lei stessa aveva perso le speranze e aveva abbandonato ogni idea di matrimonio. Trascorreva la maggior parte del tempo in preghiera e devozione. Aveva abbandonato ogni idea di matrimonio, anche perché non glielo procuravano un marito. Per la verità, una volta avevano provato a darla in sposa a Kalb Hosein, l’apprendista del falegname, ma quello però non l’aveva voluta. Ma dovunque andasse, Abji Khanum diceva:

“Mi avevano trovato marito ma io non l’ho voluto. Puah, i mariti oggi sono tutti degli ubriaconi e donnaioli, buoni solo per attaccarli al muro! Non mi sposerò mai”.

Questo era quello che dichiarava in pubblico, ma nel profondo del suo cuore Kalb Hosein le piaceva, e avrebbe voluto assai diventare sua moglie. Ma siccome sin da piccola si sentiva dire che era brutta e che nessuno l’avrebbe sposata, si era convinta che non avrebbe partecipato alle gioie di questo mondo, voleva almeno, tramite le preghiere e la devozione, conquistarsi quelle della vita nell’aldilà. E così aveva trovato consolazione. Insomma, perché dolersi di questo mondo se non poteva goderne i piaceri? Lei avrebbe avuto il mondo eterno e immutabile e tutti i belli, inclusa sua sorella, l’avrebbero invidiata.

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Con l’arrivo dei mesi di Moharram e Safar, Abji Khanum si dava alle apparizioni pubbliche. Non c’era commemorazione dei martiri cui lei non partecipasse, e dalle undici del mattino in poi assisteva alle rappresentazioni sacre. Tutti i predicatori la conoscevano e tutti desideravano che Abji Khanum stesse ai piedi del pulpito in modo che la gente si infervorasse grazie ai pianti e ai lamenti della ragazza. Aveva imparato a memoria quasi tutte le storie dei martiri, e visto che aveva ascoltato così tante prediche ed era così addentro ai problemi religiosi, perfino i vicini venivano a chiederle un parere sui loro casi».

L’AUTORE

Sadeq Hedayat (Teheran, 1903 – Parigi, 1951) scrittore, critico letterario e traduttore iraniano, è considerato il padre della letteratura persiana moderna. Di famiglia nobile, frequentò scuole francesi a Teheran per poi trascorrere diversi anni tra l’Europa e l’India. Rientrato in patria, iniziò a lavorare al ministero della Cultura e continuò a studiare la storia e il folklore del suo Paese, nonché le opere degli esistenzialisti francesi, traducendone numerose in persiano. “La civetta cieca” (Carbonio Editore, 2020), ritenuto il suo capolavoro, fu pubblicato in patria solo undici anni dopo la sua prima stesura a causa dell’opposizione del regime dello Shah Reza Pahlavi, ed è ancora oggi oggetto di costanti censure. Hedayat morì suicida in un appartamento di Parigi, in estrema solitudine e miseria, nell’aprile del 1951. È sepolto nel cimitero del Père-Lachaise.

LA TRADUTTRICE

Anna Vanzan (1955-2020) iranista e islamologa, ha pubblicato numerosi saggi dedicati alle civiltà del Medio Oriente, con particolare attenzione alla questione di genere. Nel 2017 ha ricevuto il premio MIBACT alla carriera per l’opera traduttiva e la diffusione della cultura persiana in Italia. È scomparsa il 24 dicembre 2020 a Venezia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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