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Cristina Brondoni torna in libreria con il thriller “L’appartamento dell’ultimo piano”

Cristina Brondoni torna in libreria con il thriller “L’appartamento dell’ultimo piano”

Dopo il successo del romanzo di esordio “Voglio vederti soffrire”, dal 10 dicembre in libreria il nuovo romanzo della criminologa e giornalista, edito da Clown Bianco

TITOLOL’appartamento all’ultimo piano
AUTORECristina Brondoni
EDITOREClown Bianco Edizioni
DATA USCITA10/12/2020
PAGINE460
GENEREThriller
ISBN9788894909715

Dopo il successo e l’apprezzamento per il suo romanzo d’esordio, “Voglio vederti soffrire”, la criminologa e giornalista Cristina Brondoni torna in libreria, riportando in azione gli esperti della polizia scientifica di Milano composto da Enea, Gabrio e Sara.

Dopo le vicende narrate nel primo libro, in “L’appartamento dell’ultimo piano” (in libreria dal prossimo 10 dicembre per Clown Bianco) Enea si trova a fare i conti con uno shock post-traumatico che rende ancora più difficili i suoi rapporti con gli altri. E mentre l’amore per Sara sembra finalmente a una svolta, la paura dei legami sentimentali non smette di tormentarlo.

Il risultato è un thriller dal ritmo serratissimo dall’impianto narrativo solido, che non cede alla morbosità e non risparmia frecciate ironiche e lucide verso alcuni aspetti della nostra società.

TRAMA

In una Milano piovosa e fredda, l’ispettore della polizia scientifica Enea Cristofori, insieme all’amico e collega Gabrio, si trova a indagare su alcune morti che sembrano collegate tra loro.

Alcune donne vengono, infatti, uccise e mutilate e i loro cadaveri vengono trovati nella zona sud della città. Dall’area geografica, e grazie agli esami scientifici, Enea riesce a tracciare il profilo del killer, che sembra essere un ‘invisibile’, un uomo inafferrabile.

Un aiuto insperato arriva da un ragazzino che ha scoperto uno dei cadaveri. Da quel momento scatta una caccia all’uomo che coinvolgerà tutta la città di Milano, mentre Enea dovrà preoccuparsi anche dell’incolumità del giovane testimone.

DAL LIBRO

Capitolo 1

La tristezza diventata rabbia, sedimentata e resistente, impossibile da scacciare, incrostata nell’anima, lo fece urlare. Forte.

Le serrò le mani attorno alla gola e strinse senza distogliere lo sguardo dai suoi occhi. La paura che provava quella puttana lo fece sentire padrone del mondo. Rise, e trasalì nel sentire la sua stessa risata. Con uno strattone la tirò verso di sé e poi le scaraventò la testa sul pavimento. Il rumore lo sorprese. Uno scricchiolio, come di vecchie assi di legno. Quella chiuse gli occhi per poi riaprirli, stupita e immobile. A quel punto ebbe campo libero, la stronza aveva capito chi comandava. Le si sdraiò sopra e la fissò, le pupille enormi a galleggiare nelle iridi chiare.

«Fai… Fai quello che vuoi, non lo dirò a nessuno, non mi fare male, solo non mi fare male, ti prego, lasciami andare!»

La sua mano sul collo di lei. Quella scalciò e lo colpì ai testicoli, il dolore lo fece piegare su sé stesso. Ma gli piacque.

«Puttana! Puttana che sei!»

Non lasciò mai la presa, finché la donna smise di muoversi. Ancora sopra di lei, attese. Appena riaprì gli occhi, le parlò.

«Hai paura, eh? Adesso, maledetta puttana, hai paura! E prima? Prima non avevi paura? Eh? Puttana! Sei una lurida puttana!»

«Ti prego… Non farlo… Io… pensavo che tra noi…»

«Lurida puttana! Cosa pensavi? Ma cosa pensavi! Sei troppo stupida per pensare!»

«Io… ti… prego…»

«Mi preghi? Mi preghi di fare cosa? Eh? Cosa!»

Gli occhi si fecero enormi, invasi da mille fili rossi; ne fu affascinato, rapito da quella rete di capillari gonfi e rotti. Dalla bocca le uscì un rantolo, la lingua appoggiata floscia al labbro inferiore, bolle di schiuma rosa risalirono nel naso. La scosse, e le gocce gli finirono sui pantaloni.

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«Cazzo. Cazzo! Mi hai sporcato! Stronza del cazzo!»

Quei pantaloni gli piacevano, era un bel paio di pantaloni, gli stava bene, lo usava spesso e adesso quella stronza glielo aveva rovinato.

La donna produceva suoni gutturali e la schiuma non smetteva di uscire dalla bocca. La tirò verso di sé e poi le sbatté la testa a terra, poi ancora verso di sé e ancora a terra. E ancora. Quando i capelli formarono una poltiglia di sangue e sostanza lattiginosa biancastra – il cervello, probabilmente – la lasciò andare.

«Cazzo! Cazzo!»

Rise forte. Si era sporcato anche la camicia, ma avrebbe mandato tutto in lavanderia, al quartiere cinese, quelli non facevano mai domande. Si guardò intorno. Fece fatica ad alzarsi, gli tremavano le gambe. Spossato e felice, prese dallo scaffale la candeggina e la versò sul corpo immobile, impregnò gli abiti, i capelli, ne versò in bocca, sugli occhi, sul collo, sulle mani. Ci impiegò un po’, era la prima volta che lo faceva. In quel modo.

Afferrò il vecchio tappeto che era stato di sua nonna e lo cosparse di candeggina. Era al terzo flacone e gli lacrimavano gli occhi. Ma perché non aveva pensato a una mascherina? Non c’erano finestre, e se fosse morto? Si precipitò fuori dalla cantina, chiuse il lucchetto. Il cemento bagnato lo preoccupò. Da sotto la porta il liquido scorreva fino al tombino di scolo in mezzo allo stretto corridoio. Acqua. Serviva dell’acqua. Molta acqua. Il freddo si impossessò di lui, era stanco, doveva dormire. Ma prima era necessario finire quello che aveva iniziato. Andò al lavandino, svolse la canna dell’acqua, aprì il rubinetto e puntò il getto, così che il pavimento risultasse bagnato in modo uniforme. Si sarebbe asciugato, prima o poi. Riaprì con circospezione la porta della cantina. La donna era ancora lì. Nessuna sorpresa: era morta. Dove avrebbe potuto andare? Fu scosso da una risata che lo travolse, una risata piena e divertita. Avvolse il corpo nel tappeto, complimentandosi con sé stesso per avere scelto una donna di sessanta chili: fosse stata grassa, come avrebbe fatto? Ne prese mentalmente nota per la prossima volta. La prossima volta. Ci sarebbe stata una prossima volta. Fu felice di quella felicità che solo una promessa già mantenuta può dare. Spinse con una spallata la porta antipanico che portava al garage, ansimando appoggiò il tappeto a terra, i pantaloni si erano del tutto rovinati. Avrebbe dovuto buttarli: prese nota anche di questo. Avrebbe dovuto indossare abiti di cui poi disfarsi.

Premette il telecomando per alzare la saracinesca guardandosi attorno. Aveva appoggiato gli inquilini profondamente contrari all’installazione delle telecamere di videosorveglianza, ne aveva fatto una questione di principio sulla privacy mettendo in atto una vera e propria campagna sui diritti di ognuno, trascinando con sé gli stupidi indecisi. Si congratulò per la vittoria di quella battaglia. Aprì il bagagliaio e, imprecando per lo sforzo, issò il tappeto fino a farlo rotolare dentro. Aver prudentemente tappezzato l’interno con i sacchi dell’immondizia si era rivelata la scelta corretta. L’auto, almeno quella, non si sarebbe sporcata. Dalla borsa della palestra sul sedile posteriore, prese la tuta e si cambiò. Gli spiacque davvero per i pantaloni, accarezzò l’etichetta e imprecò ancora. Stava impiegandoci troppo. Le puttane non potevano sottrargli tutto quel tempo. Non potevano proprio.

Chiuse auto e garage e tornò in cantina. Gettò i suoi vestiti in un bidone, consolandosi al pensiero dello shopping per rimpiazzarli, versò altra candeggina. Cosa ne avrebbe fatto? Cosa? E della donna? Sopraffatto e quasi soffocato dall’aria irrespirabile, chiuse il bidone e si precipitò al lavandino, osservando il pavimento asciutto. Quanti minuti erano passati? Dieci? Venti? Non sapeva dirlo. Aprì il rubinetto e pulì meticolosamente la sua cantina, l’acqua defluiva e andava ad arrotolarsi nello scarico in una spirale perfetta, i capelli, tanti capelli, si impigliarono nella grata. Insistette con il getto finché scomparirono come vermi lunghi e magri nel tombino. Quando fu soddisfatto del risultato, chiuse l’acqua, riavvolse la canna e la sistemò al suo posto. Ora la donna. Che farne? Era stanco, provato. Non sarebbe successo niente, di lì a qualche ora tutto sarebbe stato identico. Fece scattare il lucchetto e se ne andò. Doveva dormire. E pensare.

L’AUTRICE

Cristina Brondoni è giornalista e criminologa, autrice di saggi (“Dietro la scena del crimine. Morti ammazzati per fiction e per davvero”, Las Vegas) e manuali (“Il soccorritore sulla scena del crimine”, Edizioni Giuridiche Simone; “Sembrava un incidente. Staging sulla scena del crimine”, Aras Edizioni). Il suo primo romanzo thriller, “Voglio vederti soffrire”, è uscito nel 2019 per Clown Bianco. Come criminologa è stata ospite fissa di TgCom24 e gestisce il sito CrimeMagazine.it

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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